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Castrocaro Terme e Terra del Sole la storia

Il comune di Castrocaro Terme e Terra del Sole è nato dalla fusione di due realtà amministrative distinte. La sede condivisa del Municipio venne autorizzata con Decreto Reale nel 1925.

Terra del Sole è un’antica città fortezza fondata da Cosimo I De Medici granduca di Toscana (figlio di Giovanni dalle Bande nere) nel 1564. Il progettista fu l’urbinate Baldassarre Lanci, l’architetto artista e scienziato che trovò nella “città ideale” di Terra del Sole il proprio gioiello architettonico. Sulla centrale piazza d’Armi, verso la quale convergono le strade dei rioni, si affacciavano gli edifici pubblici e padronali, mentre le 38 abitazioni realizzate, delle 64 previste dal progetto, furono costruite in due dei borghi all’interno della magnifica fortificazione. Terra del Sole, ultimo baluardo toscano prima del confine con il territorio forlivese dello Stato pontificio, sarà Dogana, capoluogo della Provincia, sede del Tribunale e sede del Commissariato Granducale che fu qui trasferito da Castrocaro nel 1578. A Terra del Sole rimarrà fino al 1784, quando la provincia sarà abolita.

Terra del Sole in una cartolina d’epoca.

Castrocaro, denominata Salsubium dai Romani per la notevole presenza di acque salse, ma anche Castrun Cari o Castro Cario, la troviamo citata da Dante Alighieri nel Canto XIV del Purgatorio. Del castrum si parla già nel XI secolo. Nel 1403 papa Bonifacio IX la vendette, assieme a tutto il territorio circostante, alla Repubblica di Firenze per la quale divenne sede di organi militari e di governo. Dopo la costruzione di Terra del Sole, l’importanza di Castrocaro ebbe un veloce declino. L’antico “capoluogo” divenne infatti un borgo rurale. L’inizio della rinascita, fino al ruolo di protagonista tra le stazioni termali d’Italia, porta la data del 1830. In quell’anno il professore fiorentino Antonio Targioni Tozzetti scoprì casualmente che nell’acqua raccolta in località “Cozzi”, era presente una dose non indifferente di Jodio e Bromo, e ne intuì subito la facoltà terapeutica.

Terra del Sole e Castrocaro facevano parte della cosiddetta Romagna Toscana. Fu Benito Mussolini, nel 1923, a volere che l’intero territorio toscano al di qua della cresta appenninica tornasse ad essere forlivese. In tal modo imbastì un’operazione che avrebbe reso la provincia in cui lui era nato più importante e prestigiosa. Una provincia che avrebbe potuto vantarsi di possedere le sorgenti del Tevere: il fiume sacro di Roma. Castrocaro, forte del nuovo sviluppo termale, cominciò a pretendere il trasferimento della sede comunale. Terra del Sole, ovviamente, la pensava diversamente. La nuova sede del comune fu così realizzata in un luogo equidistante fra i due centri contendenti.

Il primo stabilimento termale di Castrocaro sorse ufficialmente il 1 Giugno 1851. Per assistere alla nascita del primo nucleo degli attuali stabilimenti fu però necessario attendere l’intraprendenza di Aristide Conti, giovane nobile che, dopo aver commerciato, grazie ad un brevetto del 22 Maggio 1871, pani di sali salso-bromo-iodio-litiosi, nel 1884 realizzò uno stabilimento termale con annesso parco. Il complesso era collegato alle fonti attraverso tubazioni che alimentavano i bagni e le fontane. Di questa prima fase, ampiamente revisionata in periodo successivo, resta ancora oggi in opera il “Tempietto delle Acque”.

Pubblicità delle Terme di Castrocaro del 1930.

Fra i tanti eccellenti ospiti, le Terme Conti avevano come assidui frequentatori molti componenti della famiglia Mussolini. Preso atto però delle difficoltà economiche dell’allora “Società Terme”, nonché di questioni di tipo politico in capo ad alcuni membri della famiglia Conti, Mussolini carezzò l’idea di fare del comparto una proprietà statale e di restituire un centro esclusivo all’aristocrazia e all’alta borghesia. Soprattutto, però, voleva legare le Terme di Castrocaro al proprio nome. I problemi finanziari, l’allontanamento forzato dei fratelli Conti dalle strutture locali del partito fascista e la sopravvenuta preponderanza azionaria dell’INA, indussero il Governo a mettere in liquidazione la “Società delle Terme”, che in quel momento era ancora di proprietà della famiglia Conti (R. Decreto, L.09/07/1936 n.1665), e a procedere alla demanializzazione dei beni costituenti il compendio dell’Azienda Termale di Castrocaro. L’operazione venne formalizzata adducendo come motivo la “necessità assoluta ed urgente di provvedere alla sua sistemazione nel pubblico interesse”. Con legge n.11 del 04/01/1937 la gestione dei beni venne pertanto affidata al Ministero delle Finanze, Direzione Generale del Demanio. Castrocaro, al momento della demanializzazione, possedeva strutture ricettive di buon livello ed uno splendido parco esteso per otto ettari, ricco di essenze pregiate e magnificato dalla stampa. Lo Stabilimento Termale possedeva quaranta camerini per bagni, diciotto per fangature e reparti per inalazioni e irrigazioni, ed un servizio di massaggi.

Pubblicità delle sorgenti salsoiodiche di proprietà di Aristide Conti.

Il piano governativo che venne prontamente elaborato (1936-1937), prevedeva la costruzione di tre fabbricati, ritenuti fondamentali alla costruzione della Città Termale: lo Stabilimento Balneare, il Grande Albergo, il Padiglione dei Divertimenti, “concretando superiori direttive per la valorizzazione di quella importante stazione in terra di Romagna”. Grazie allo sviluppo termale, Castrocaro sviluppò nel tempo una consistente qualità e quantità ricettiva, commerciale e turistica.

Terme di Castrocaro. Cartolina del 1957.

Oggi, grazie a corposi investimenti di privati, il complesso delle Terme di Castrocaro è un centro all’avanguardia nel benessere e nelle cure termali, poliambulatorio medico accreditato con il Servizio Sanitario Nazionale e un centro di riabilitazione.

Dimitrovgrad/Caribrod la storia

Dimitrovgrad o Caribrod è una città situata nel sud-est della Serbia. Sin dall’antichità il suo territorio è stato un punto cruciale di collegamento tra Oriente e Occidente. La città si trova sulla “Strada Imperiale” che per secoli ha collegato Belgrado, Sofia e Costantinopoli. Nel III secolo d.C., nelle immediate vicinanze dell’insediamento di Balanstra, esisteva una strada chiamata “Via Militaris”, con varie stazioni per il riposo e il cambio dei cavalli, tra cui anche una “Mulatio Translit(us)”. Secondo diverse scoperte archeologiche, le tracce dei primi insediamenti risalgono al Neolitico.

La città di Caribrod e i suoi dintorni, sono citati nelle opere di numerosi viaggiatori e uomini di Stato con nomi diversi: Zaribrodt, Czaribrod, Saribrot, Spribrot, Zaritvrodt. Per oltre quattro secoli la regione di Caribrod fu sottoposta a dominio ottomano. In seguito alle decisioni del Congresso di Berlino, nel 1878 venne annessa al Principato di Bulgaria e, nel 1879, fu stabilito il confine tra Serbia e Bulgaria. Nello stesso anno molti abitanti della zona di Pirot, soprattutto commercianti e artigiani, si trasferirono a Caribrod, contribuendo allo sviluppo economico e culturale della città.

Dimitrovgrad (SRB) XX secolo.

Alla fine del XIX e all’inizio del XX secolo la città di Caribrod era economicamente e culturalmente sviluppata: uno dei motivi più importanti che contribuirono all’urbanizzazione del luogo fu l’infrastruttura. In particolare, la costruzione della ferrovia portò numerosi benefici. Fu messa in funzione nel 1888. Con l’arrivo della ferrovia, l’aspetto della città cambiò notevolmente.

Un decennio dopo la liberazione dai Turchi, a Caribrod comparvero i primi mezzi di stampa. La prima testimonianza scritta riguardante le attività culturali è stata trovata nella rivista scientifico-letteraria “Domashen uchitel”. Il primo numero, pubblicato nel febbraio 1889, sottolineava l’importanza dell’istituzione di una biblioteca cittadina. Due anni dopo, più precisamente nel 1901, fu fondato il periodico politico “Caribrod”. Nel 1909 nacque il settimanale “Nishava”, stampato fino al 1912. Dopo una pausa di quasi un anno, la rivista riprese le pubblicazioni fino al settembre 1915, quando venne sospesa a causa dell’inizio della Prima guerra mondiale. Dopo la guerra, nel 1919, fu pubblicato il settimanale umoristico, satirico e di vita sociale “Klopotar”.

Nel 1894 fu costruita la Chiesa della Natività della Beata Vergine Maria.

La pietra commemorativa ai soldati serbi e bulgari caduti nella guerra serbo-bulgara del 1885 fu eretta nel 1887 sulla collina di Neshkovo sopra Dimitrovgrad.

La storia ufficiale afferma che il centro culturale (Chitalishte) di Caribrod fu fondato nel 1898 grazie alla società teatrale locale che, per un intero decennio, mise in scena spettacoli per raccogliere i fondi necessari. Nel periodo successivo, condizionato da varie circostanze sociali e storiche, il centro culturale attraversò diverse fasi di sviluppo. Al termine della Seconda guerra mondiale fu istituita la Biblioteca, che funzionò come parte del Centro culturale fino al 1996. Con una dichiarazione dell’Assemblea comunale nel 1996, la Biblioteca divenne un’istituzione indipendente con il nome di Biblioteca Nazionale di Dimitrovgrad. La Biblioteca comprende anche la collezione del Museo locale. Una delle sue attività più note è quella editoriale, un impegno che ha portato alla pubblicazione di 97 libri di autori locali, scritti in serbo, bulgaro e nel dialetto locale. La Biblioteca organizza frequenti serate letterarie, programmi culturali, realizza vari progetti e laboratori creativi per bambini. Da 2004 il suo nome è “Biblioteca Nazionale Detko Petrov”, in onore del noto scrittore jugoslavo nato in questa zona.

Nel 1909 Caribrod ottenne la sua prima linea telefonica. Nello stesso anno, presso la tipografia “Minov e Hadziev”, fu stampato il libro “Poesia e prosa” di Hristo Gotsev. Si tratta del primo libro stampato a Caribrod e segna l’inizio dell’attività editoriale che sarà ripresa dalla Biblioteca nove decenni dopo.

Nel 1914 a Caribrod fu istituita la terza classe della scuola primaria. L’inizio ufficiale dell’istruzione nella città risale al 1869, quando fu fondata la prima scuola nell’insediamento di “Strosena cesma”, nella locanda di Cvetko Ivanov.

Il 27 novembre 1919, in seguito al Trattato di Neuilly-sur-Seine, Caribrod fu assegnata al neocostituito Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, diventando ufficialmente parte del nuovo Stato il 6 novembre 1920.

Nel 1927 la città fu elettrificata e rifornita di energia dalla centrale dei fratelli Caribrodski. Lo stesso anno è importante anche dal punto di vista culturale, poiché la città ottenne il proprio cinema.

Nel 1937 Caribrod disponeva di una scuola, dell’Ospedale della Banovina, del Quartier Generale serbo, dell’Amministrazione fiscale, del Controllo finanziario, dell’Ufficio postale, della Dogana. Oltre alle caserme militari, nel 1935 fu costruita anche una Casa degli ufficiali. Caribrod aveva anche una Banca commerciale. La vita economica era caratterizzata da numerose cooperative: lattiero-casearie, di acquisto e consumo, agricole, civili, industriali, apistiche, ecc. Per quanto riguarda i visitatori stranieri, vi erano alberghi con vitto e alloggio come: “Oslobodjenje (Liberazione)”, “Balkan”, “Jugoslavia”, “International”, “Solun (Salonicco)” e altri ancora.

Il Centro culturale di Dimitrovgrad (SRB).

Nel 1946 fu avviata la costruzione del Centro culturale e nello stesso anno fu fondata la società culturale-artistica amatoriale “Hristo Botev”. L’edificio fu inaugurato ufficialmente il 1 gennaio 1950, conferendo un nuovo quadro culturale all’intera comunità. La Galleria cittadina di Dimitrovgrad fu istituita nel 1955. Ogni anno ospita decine di mostre.

Nel 1950, in base alla decisione del Governo della Repubblica Popolare Federativa di Jugoslavia, il nome Caribrod fu cambiato in Dimitrovgrad, in onore di Georgi Dimitrov, presidente della Bulgaria.

Dimitrovgrad (SRB) alla fine del XX secolo.

Nel periodo di ricostruzione e sviluppo del dopoguerra, a metà del XX secolo, Dimitrovgrad divenne anche un centro industriale. Furono fondate imprese e fabbriche che impiegarono un gran numero di lavoratori:

– Nel 1947 fu fondata l’impresa sociale per la produzione e il commercio di mobili “Vasil Ivanov Cile”, nonché l’impresa di ristorazione “Balkan”.
– Marzo 1948, fondazione dell’impresa edilizia “Greben planina”, che operò all’interno dell’impresa “Vasil Ivanov Cile” fino al 1957, quando divenne indipendente; dal 1959 operò con il nome di “Gradnja”.
– La fabbrica di abbigliamento “Svoboda” fu fondata nel 1952.
– L’impresa statale per la produzione di cubetti di pietra “Granit” Donja Nevlja fu fondata nel 1953.
– Nel 1958 fu fondata la fabbrica di serrature brevettate e parti automobilistiche “Fabrad”, il cui nome nel 1960 fu cambiato in “Mehanichar”.
– L’industria della gomma di Dimitrovgrad – Gid fu fondata nel 1959.
– La società per azioni “Metalac”, per lavori di fabbro e lattoniere, fu fondata nel 1967.
– L’impresa per lo sfruttamento della lignite, miniera “Vidlich” nel villaggio di Mazgosh, fu fondata nel 1997.

Nel 1991, all’interno del Centro culturale, fu fondata la radio-televisione “Caribrod”. Le apparecchiature per la distribuzione via cavo furono acquistate con i fondi dei residenti, mentre i donatori fornirono i mezzi necessari per le altre attrezzature.

Dimtrovgrad (SRB).

Il monastero dedicato a San Giovanni il Teologo nel villaggio di Poganovo è inserito nell’elenco dei beni tutelati dallo Stato dal 1949 e dal 1979 fa parte del patrimonio mondiale. Nel 1982 il monastero è stato iscritto nel registro dell’Accademia Serba delle Scienze e delle Arti come bene culturale di grande importanza. Fu fondato dal sovrano serbo Konstantin Dejanović Dragaš, poco prima della perdita dell’indipendenza statale della Serbia medievale, ed è dedicato a San Giovanni il Teologo. Fu costruito alla fine del XIV secolo e affrescato un secolo più tardi.

Scuola elementare “Hristo Botev”

Nome attuale: Scuola elementare “Hristo Botev”
Nome originario: Scuola elementare “Hristo Botev”

Città: Dimitrovgrad (SRB)
Frazione: Distretto di Pirot, Repubblica di Serbia
Indirizzo: Hristo Botev 3, 18320 Dimitrovgrad

Anno di costruzione: primi anni ’50
Progettista: sconosciuto
Committenza: Comune di Dimitrovgrad
Stile architettonico: Realismo socialista

Interno visitabile:

La scuola elementare “Hristo Botev” – Dimitrovgrad si trova nella parte centrale della città, in via Hristo Botev 3, sulla particella catastale n. 599/1 KO Dimitrovgrad. Si tratta di un edificio facilmente riconoscibile che, per dimensioni e posizione, domina il centro abitato. È isolato e sopraelevato rispetto alla principale arteria cittadina “Balkanska” già nota come “via Maresciallo Tito”. L’ingresso principale, destinato all’amministrazione scolastica, si trova sulla via che porta lo stesso nome, “Hristo Botev”, mentre gli alunni utilizzano l’ingresso dal cortile della scuola.

La scuola è stata costruita nei primi anni ’50 ed è stata ufficialmente inaugurata nel 1954. Dal punto di vista architettonico è realizzata nello stile del “realismo socialista” (o “soc-realismo”), che rappresenta la tendenza dominante nell’architettura del dopoguerra. La caratteristica principale di questo orientamento stilistico è la prevalenza della funzionalità sull’estetica. Gli architetti erano chiamati a sfruttare al massimo lo spazio e le capacità costruttive, piuttosto che concentrarsi sull’aspetto decorativo. L’architettura del realismo socialista promuoveva l’ideologia dell’uguaglianza sociale. Il regime limitava ogni forma di creatività liberale e, al contempo, imponeva il realismo socialista come stile artistico principale, se non unico.

La “spersonalizzazione” dell’architetto negli anni Cinquanta del XX secolo, comportò una forte limitazione della libertà artistica e creativa attraverso la definizione e prescrizione di precise tipologie edilizie. L’abolizione del settore privato e la perdita dell’identità degli architetti hanno fatto sì che, per molti edifici di quell’epoca, il nome dell’autore non sia noto.

Quello in esame è un edificio di grandi dimensioni, con struttura a piano terra più due piani (T+2). Fino al 1986 ha ospitato sia una scuola primaria (ciclo di otto anni) che una scuola secondaria.

Forme rettangolari, rigorose, prive di ornamentazioni ma allo stesso tempo funzionali, sono tipiche del realismo socialista. Originariamente la scuola presentava una colorazione beige scuro neutro che attenuava l’impatto delle sue dimensioni nello spazio urbano. In seguito agli interventi di adeguamento per il miglioramento dell’efficienza energetica, l’edificio è stato ridipinto in tonalità leggermente più chiare della stessa gamma cromatica.

Fabbrica di abbigliamento “Svoboda”

Nome attuale: Fabbrica di abbigliamento “Interteks”
Nome originale: Fabbrica di abbigliamento “Svoboda”

Città: Dimitrovgrad (SRB)
Frazione: Distretto di Pirot, Repubblica di Serbia
Indirizzo: Balkanska 94, 18320 Dimitrovgrad

Anno di costruzione: primi anni ’80
Progettista: ?
Committenza: Comune di Dimitrovgrad
Stile architettonico: architettura moderna

Interni visitabili: no

L’edificio, per i suoi valori estetici e artistici, appartiene al filone architettonico dell’“architettura moderna”. La progettazione architettonica presenta elementi di “brutalismo”.

La facciata più rappresentativa è orientata verso la strada principale ed è dipinta in due tonalità di rosa. Il suo disegno si presenta continuo nella forma, ma mette in grande evidenza elementi decorativi in calcestruzzo.

Dal punto di vista costruttivo l’edificio è stato realizzato con un sistema strutturale a scheletro, con struttura in calcestruzzo. Causa la cessazione dell’attività produttiva e anni di totale incuria, oggi si trova in condizioni molto precarie.

Centro comunitario nel villaggio di Petrlas

Nome attuale: Centro comunitario nel villaggio di Petrlas
Nome originale: Centro comunitario nel villaggio di Petrlas

Città: Dimitrovgrad (SRB)
Frazione: distretto di Pirot, Repubblica di Serbia
Indirizzo: centro del villaggio di Petrlas, comune di Dimitrovgrad

Anno di realizzazione: 1949
Progettista: non conosciuto, ma si sa che il “capo artigiano” si chiamava Veka, noto anche come “Brzi Veka”, e proveniva dal vicino villaggio di Krupac.
Committenza: Comune di Dimitrovgrad
Stile architettonico: regionale-eclettico

Interno visitabile: si

Il Centro comunitario nel villaggio di Petrlas, noto anche come “centro culturale”, è situato nel centro del villaggio sulla particella catastale n. 4186/1 CM Petrlas, regione di Zabrdje, nel comune di Dimitrovgrad.
Petrlas è un insediamento agro-pastorale di tipo compatto, situato a 11 km da Dimitrovgrad.
L’edificio è stato costruito nella parte centrale del villaggio, all’incrocio di tre strade rurali, in una posizione ampia e accessibile.

Il progetto architettonico di questo e di quasi tutti gli edifici di questo tipo è di carattere regionale-eclettico, con finiture murarie rustiche e un’organizzazione classica degli spazi.

Dal punto di vista funzionale, il centro comunitario comprende una sala spaziosa con palco e biglietteria, una sala lettura, un negozio e l’ufficio della comunità agricola. Questi ambienti sono caratterizzati dall’assenza di servizi igienici, il che rappresenta un chiaro indicatore dell’arretratezza delle campagne jugoslave, ma allo stesso tempo riflette le priorità dello Stato, più orientato alla diffusione della propria ideologia che al miglioramento degli standard igienici.

L’edificio è a un solo piano, rialzato rispetto al terreno tramite una scalinata con altezze variabili a seconda della morfologia del terreno circostante. L’edificio dispone di diversi ingressi: per la comunità agricola, per il negozio, per il magazzino e un altro ancora per il centro culturale.

L’ingresso al “centro culturale” è isolato e messo in evidenza da un portico con quattro massicci pilastri in muratura. In continuità con l’ingresso si trova una spaziosa sala con palco rialzato. Il tetto è a falde multiple, coperto con tegole. La sommità dell’edificio è rifinita con una fascia decorativa sagomata.

Municipio

Nome attuale: Municipio
Nome originario: Municipio

Città: Dimitrovgrad (SRB)
Frazione: Distretto di Pirot, Repubblica di Serbia
Indirizzo: Balkanska 2, 18320 Dimitrovgrad

Anno di costruzione: 1960
Progettista:
Committenza:
Comune di Dimitrovgrad
Stile architettonico: realismo socialista

Visitabile internamente:

Il Municipio di Dimitrovgrad si trova nel pieno centro della città, all’indirizzo Balkanska 2, sulla particella catastale n. 626 CM Dimitrovgrad. E’ un edificio visivamente dominante, adeguato al contesto urbano centrale. E’ isolato ed è ubicato all’angolo tra la via principale Balkanska (ex via Maresciallo Tito) e via Nišava, accanto a piazza Zoran Đinđić (ex Trg Oslobođenja – Piazza della Liberazione). Da quel punto domina l’area circostante. Di fronte, oltre la strada principale, troviamo il Centro Culturale; insieme formano il più importante complesso di edifici pubblici della città.

Fu costruito a partire dal 1960 nello stile del realismo socialista (soc-realismo), allora predominante. La caratteristica principale di questo stile è la prevalenza della funzionalità sull’estetica, con forme semplificate e assenza di decorazioni eccessive. La forma semplice è composta da due volumi principali a forma di cubo. Originariamente, il volume ovest era più alto (piano terra + 3 piani), mentre quello est era più basso (piano terra + 2 piani).

Dal punto di vista concettuale, l’edificio possiede tutte le caratteristiche di un luogo amministrativo: uffici, una sala riunioni e una grande sala assemblee. Elementi funzionali ma integrati sono i corridoi con una scala affacciata sulla strada, illuminata da una grande vetrata, e i servizi igienici su tutti i piani. In origine, l’edificio aveva un tetto piano.

Alla fine degli anni ’80 fu aggiunto un piano alla parte est e venne realizzato un tetto a padiglione in lamiera grecata. L’ingresso fu inoltre ampliato per enfatizzare il vano scala, ovvero la verticalità dell’accesso. La facciata laterale est e quella posteriore nord risultano estremamente ridotte, mentre la facciata laterale ovest è parzialmente libera, poiché negli anni ’80 vi fu addossato un edificio residenziale-commerciale. L’edificio ha assunto l’aspetto attuale nel 2006, a seguito di interventi di riqualificazione finalizzati al miglioramento dell’efficienza energetica.

Centro Culturale

Nome attuale: Centro Culturale
Nome originale: Casa della Cultura

Città: Dimitrovgrad (SRB)
Frazione: Distretto di Pirot, Repubblica di Serbia
Indirizzo: Trg Zorana Djindjica 2, 18320 Dimitrovgrad

Anno di costruzione: 1946–1950
Progettista: Architetta Vera Lukanska (nata a Caribrod)
Committenza: Comune di Dimitrovgrad
Stile architettonico: corrente architettonica “moderna”

Interno visitabile:

Il Centro Culturale, per valori estetici e artistici, rappresenta uno degli edifici più significativi di Dimitrovgrad. La posizione stessa sottolinea l’importanza dell’immobile dal punto di vista urbano, culturale e sociale. La sua posizione sopraelevata, rispetto all’area circostante e alla piazza principale, ne accentua la monumentalità.

Il progetto architettonico, nello stile del modernismo europeo con un colore rosa dominante, corrisponde sia alla funzione che al periodo in cui è stato realizzato, ovvero negli anni successivi alla Seconda guerra mondiale, durante il regime socialista.

Dal punto di vista costruttivo, l’edificio è stato realizzato con un sistema strutturale massiccio e con solai intermedi in legno. In origine la facciata era rifinita con intonaco, mentre gli elementi decorativi del balcone sono in calcestruzzo con finitura a terrazzo (con granuli di marmo o pietra nel calcestruzzo poi levigato). Le colonne all’ingresso al piano terra sono in calcestruzzo con finitura puntinata.

L’edificio è stato parzialmente ricostruito nel periodo 2019–2022, includendo la completa sostituzione del tetto, della facciata, degli impianti e degli infissi, con l’obiettivo di migliorarne l’efficienza energetica. La grande sala del centro culturale è stata completamente rinnovata: sono stati sostituiti gli impianti tecnici, le sedute, l’illuminazione e i rivestimenti murali, conferendo agli interni un aspetto completamente nuovo. L’unico elemento conservato è il fregio interno lungo il perimetro della sala, con motivi in stucco raffiguranti il movimento operaio e la lotta di liberazione nazionale. La piccola sala del centro culturale e la facciata principale saranno ristrutturate nella fase successiva.

Iași – la storia

Gli scavi archeologici attestano l’esistenza di insediamenti umani nell’attuale territorio del Comune di Iași fin dal Paleolitico.

La prima attestazione di Iași risale al 1408, in un documento emesso alla corte del principe Alexandru cel Bun.

Nel 1565, durante il secondo regno di Alexandru Lăpușneanu, Iași divenne la capitale della Moldavia, un importante centro economico, politico e culturale dell’epoca.

Il 5 gennaio 1859, il colonnello Al. I. Cuza fu eletto a Iași governatore della Moldavia, compiendo così il primo passo verso l’odierna Romania.

Dopo l’Unione dei Principati rumeni, il 24 gennaio 1859, Iași fu la capitale della Moldavia, fino all’unificazione amministrativa del 1862.

Nel 1860, la prima università della Romania fu fondata a Iași dal governatore Al. I. Cuza. L’11 novembre 1916, durante la Prima Guerra Mondiale, la Corte Reale, il Parlamento e il Governo della Romania si ritirarono da Bucarest a Iași.

Il comune di Iași è un importante centro universitario, sede di cinque università statali e due private.

Palazzo della Cultura

Nome attuale: Palazzo della Cultura
Nome originale: Palazzo Amministrativo e di Giustizia

Città: Iași (ROU)
Frazione:
Indirizzo: Stefano il Grande e Piazza San Pietro n. 1

Anno di realizzazione: 1906 – 1925
Progettista: architect I. D. Berindei
Committente: Stato
Stile architettonico: neogotico

Interno visitabile: sì

Note: Telefono: 0232.21.83.83, http://palatulculturii.ro/
Orari di apertura: da martedì a domenica, dalle 10:00 alle 17:00, chiuso il lunedì.

Costruito tra il 1906 e il 1925 sulle rovine dell’antica Corte Principesca e inaugurato l’11 ottobre 1925 dal re Ferdinando I di Romania, è la più significativa opera dell’architetto rumeno I. D. Berindei.

L’edificio ha ospitato il Palazzo Amministrativo e di Giustizia fino al 1955, quando è stato destinato ad ospitare il Complesso Museale Nazionale “Moldova” di Iași, una delle più importanti istituzioni culturali del paese, riconosciuta come simbolo della città di Iași. Costruito in stile neogotico, rappresenta una delle ultime espressioni romaniche nell’architettura pubblica.

Oggi è conosciuto come il Palazzo della Cultura e ospita 4 musei: Il Museo di Storia della Moldavia, Il Museo d’Arte, Il Museo della Scienza e della Tecnologia “Ștefan Procopiu”, Il Museo Etnografico della Moldavia.

Teatro Comunale “Apostol Karamitev”

Nome attuale: Teatro drammatico “Apostol Karamitev”
Nome originale: Teatro drammatico

Città: Dimitrovgrad (BG)
Frazione: Centro urbano
Indirizzo: viale Dimitar Blagoev 13

Anno di costruzione: 1953
Progettista: Decreto del Consiglio di Stato della Bulgaria
Committenza: Comune di Dimitrovgrad
Stile architettonico: stile architettonico popolarmente noto come “Impero sovietico” o “Barocco staliniano”

Interno visitabile: si

Note: Il teatro professionale di Dimitrovgrad è stato fondato nel 1953. Dal 1973 porta il nome del grande attore bulgaro Apostol Karamitev. Le prime sedie nella sala sono le prime sedie originali del Teatro Nazionale Ivan Vazov. L’edificio è stato completamente ristrutturato nel 2023.

Il Teatro Comunale “Apostol Karamitev” – Dimitrovgrad è un’istituzione culturale con 60 anni di storia. È stato creato nel 1953 con Decreto del Consiglio di Stato della Bulgaria. È l’unico teatro statale non in una città regionale.

Il Teatro di Dimitrovgrad ha attraversato periodi di difficoltà e fioritura. Nel 1964 è stato chiuso. L’edificio fu destinato a secondo palcoscenico del Teatro di Haskovo. Nel 1972 è stato nuovamente restaurato come Teatro Drammatico di Stato e nel 1994 è stato trasformato in un Teatro di Stato aperto “Apostol Karamitev” – Dimitrovgrad. Dal 2011, con un decreto, è stato trasformato in Teatro drammatico comunale “Apostol Karamitev” – Dimitrovgrad.

Area pedonale centrale

Nome attuale: Area pedonale centrale con piazze
Nome originale: Area pedonale centrale con piazze

Città: Dimitrovgrad (BG)
Frazione: centro urbano
Indirizzo: Viale Bulgaria

Anno di costruzione: 1950 – 1954
Progettista: prof. Petar Tashev
Committenza: Comune di Dimitrovgrad
Stile architettonico: tipico del “periodo stalinista”.

L’insieme di viale Bulgaria, viale Dimitar Blagoev e Maritsa Park rappresenta la spina dorsale dell’idea di pianificazione urbana del prof. Petar Tashev del 1950, che combina la modernizzazione delle zone funzionali e la costruzione di alloggi tra aree verdi, separando l’area di lavoro dalle altre parti della città tramite una cintura verde.

Si tratta di un complesso architettonico degli anni ’50, decorato nel tipico stile architettonico del “periodo stalinista”. Insieme all’adiacente parco “Maritza”, è una signorile zona pedonale che collega la ferrovia Nord-Sud e le stazioni degli autobus con l’edificio dell’Amministrazione cittadina del Comune e gradualmente si trasforma in un’area ricreativa del parco.

Parco Penyo Penev

Nome attuale: Penyo Penev Park
Nome originale: Penyo Penev Park

Città: Dimitrovgrad (BG)
Distretto: Dimitrovgrad / area suburbana
Indirizzo: Penyo Penev Park

Anno di costruzione: 1961
Progettista: originariamente costruito secondo un progetto mirato a partecipare all’esposizione mondiale di arte del parco nel 1961
Committente: Comune di Dimitrovgrad
Stile architettonico: un esempio di sintesi tra natura e arte. Ogni singolo spazio, forma ed elemento è molto ben pensato e posizionato nel posto giusto, creando un oggetto completo, artisticamente indivisibile.

Interno visitabile:
Note: il parco è diventato uno spazio consapevole per eventi culturali: letture letterarie improvvisate, concerti, recital, ecc. e un luogo rappresentativo per tutti gli ospiti della città.

Il Penyo Penev Memorial Park è stato originariamente costruito secondo un progetto mirato a partecipare all’esposizione mondiale di arte dei parchi nel 1961. Si trova su 36,5 ettari ed è unico con le sue 92 specie di alberi e arbusti ornamentali e numerose morene di pietra, libri di citazioni con poesie del poeta, abilmente inscritte nella composizione planimetrica e volumetrica del parco.

Il Penyo Penev Park è un esempio di sintesi tra natura e arte. Ogni singolo spazio, forma ed elemento è molto ben pensato e posizionato nel posto giusto, creando un oggetto completo e artisticamente indivisibile.

Teatro estivo (all’aperto)

Nome attuale: Teatro estivo (all’aperto)
Nome originale: Teatro estivo (all’aperto)

Città: Dimitrovgrad (BG)
Frazione: Parco Vaptsarov / area suburbana
Indirizzo: Parco Vaptsarov

Anno di costruzione: 1955
Progettista: n/d
Committente: Comune di Dimitrovgrad
Stile architettonico: Costruito secondo le regole per un teatro all’aperto in stile neoclassico stalinista

Interni visitabili:
Notes: questo “luogo perduto” è stato attivamente utilizzato e visitato fino ai primi anni ’80.


Situato nel parco “Vaptsarov”, questo luogo perduto è stato attivamente utilizzato e visitato fino ai primi anni ’80. Costruito secondo tutte le regole di un teatro all’aperto, ha ospitato un grande numero di concerti e spettacoli teatrali. Il teatro è un esempio di sintesi tra natura e arte. Ogni singolo spazio, forma ed elemento è stato pensato e posizionato nel posto giusto, creando un oggetto unico e artisticamente indivisibile. Il teatro era uno spazio consapevole per eventi culturali: concerti, spettacoli teatrali, recite, ecc., e un luogo rappresentativo per tutti gli abitanti del posto e gli ospiti della città.

Tempietto delle Bibite

Nome attuale: Tempietto delle Bibite
Nome originale: Tempietto Pompeiano e Fonte Littoria

Città: Castrocaro Terme e Terre del Sole (FC) (ITA)
Frazione: ambito urbano
Indirizzo: Viale Guglielmo Marconi, n.14/16

Anno di realizzazione: 1924
Progettista: “Focaccia&Melandri” (fabbrica di maioliche)
Committente: Aristide Conti
Stile architettonico: Eclettico modernista con evidenti richiami neoclassici e deco

Interno visitabile: sì

Note: edificio catalogato dalla Soprintendenza come bene culturale. Maioliche d’arte Focaccia&Melandri, si ispira al modello del tempio greco arcaico con capitelli rivestiti in ceramica, decorazioni metalliche tratte dalle decorazioni vasolari greche. Decorazioni pittoriche esterne ed interne.

Terme di Castrocaro. Il Tempietto delle bibite.

A Castrocaro l’uso terapeutico di acque e fanghi vanta natali assai remoti. Il primo stabilimento termale aprì ufficialmente il 1 Giugno 1851, riadattando un edificio esistente secondo criteri igienici e tipologici ritenuti allora innovativi. Per assistere alla nascita del primo nucleo degli attuali stabilimenti fu necessario attendere il 1884.

Terme di Castrocaro. Fonte Littoria (Tempietto delle bibite). Cartolina anni 30.

Di questa prima fase, ma ampiamente revisionato in periodo successivo, resta ancora oggi in opera il Tempietto delle Acque, in seguito denominato Tempietto Pompeiano poi detto Fonte Littoria. Precisamente la costruzione come la vediamo oggi, pur concepita da subito come “fonte” delle acque utilizzate per le cure idroponiche (somministrazione diretta), costituiva in origine il fronte di più articolata composizione. Comprendeva una vasca per l’accumulo d’acqua e fabbricati minori di servizio. La posizione, in cui tuttora è collocata, era raggiungibile da un percorso nel verde tracciato in asse con la via Nazionale e a forma di scalone per compensare la differenza di quota risultante fra il piano dei fabbricati maggiori, attestati lungo le vie Nazionale e Del Ponte, ed il livello di bordo lungo l’alveo del fiume Montone.

Fonte Littoria in un’immagine tipografica del 1930.

Il Tempietto, che veniva visitato più volte al giorno, era stato sistemato in una posizione centrale del parco come fondale di una larga prospettiva, immerso nel verde e reso punto di focalizzazione dell’incontro tra i curandi, senza disparità di classe e sesso. La costruzione in stile pompeiano è una delle opere uscite dalla fabbrica di maioliche d’arte Focaccia&Melandri, nata nel 1922 dal sodalizio fra l’industriale ravennate Umberto Focaccia e l’artista faentino Pietro Melandri (1885-1976).

Castrocaro Terme. Il tempietto delle bibite in un’immagine d’epoca.

L’opera venne realizzata con sembianze di tempio greco-romano, ispirandosi liberamente al modello del tempio greco arcaico distilo in antis: presenta un pronao, caratterizzato da una coppia di colonne in graniglia di cemento sormontate da capitelli in maiolica di ordine composito, e da due paraste angolari che presentano analoghi capitelli.  Completavano l’involucro tanto la cornice del timpano quanto il coperto, entrambi rivestiti in materiali ceramici di colore e fattezze similari ai capitelli del fronte.

Oltrepassato l’ingresso, lungo la parete di fondo è in opera un pannello realizzato interamente in maioliche lustre, formato da un tappeto di tavelle dipinte con figure policrome e rifinito con tocchi d’oro, ornato con girali, uccelli, foglie e una piccola lucertola. Melandri, con la sua arte, contribuisce, all’iconografia del paesaggio termale. L’opera di Castrocaro è di grande efficacia, per quanto allo stato attuale ben poco comunichi dell’originale vestito di cui era stata dotata.

Terme di Castrocaro. Il Tempietto delle bibite.

L’edificio appare mutato rispetto a come si presentava in origine ma la struttura continua ad emanare grande fascino e a ricordare le proprietà curative dell’acqua. Il Tempietto di Castrocaro non è l’unica grande opera dell’artista, ma è una delle più suggestive tra quelle realizzate in un percorso ricco di esperienze professionali, che nel caso in esame confluiscono in una (allora) squisita commistione di interessi, intenzioni e buone pratiche esecutive.

Padiglione delle Feste

Nome attuale: Padiglione delle Feste
Nome originale: Padiglione dei Divertimenti

Città: Castrocaro Terme e Terre del Sole (FC)
Frazione: ambito urbano
Indirizzo: Viale Guglielmo Marconi, n.14/16

Anno di realizzazione: 1937 – 1943
Progettista: direttore artistico Tito Chini, progettista ing. Diego Corsani
Committenza: Ispettorato Generale delle Aziende Patrimoniali dello Stato, Ufficio Tecnico Centrale del Demanio
Stile architettonico: Eclettismo, Decò con richiami al Razionalismo

Interno visitabile: sì

Note: edificio catalogato dalla Soprintendenza come bene culturale; decorazioni ceramiche e marmoree; pitture a fresco; dispositivi luminosi di Venini (Murano, VE); pista da ballo esterna su pavimento a mosaico entro struttura a portico semicircolare

Il Padiglione delle Feste, già dei Divertimenti, delle Terme di Castrocaro.

A Castrocaro l’uso terapeutico di acque e fanghi vanta natali assai remoti. Il primo stabilimento termale aprì ufficialmente il 1 Giugno 1851, riadattando un edificio esistente secondo criteri igienici e tipologici ritenuti allora innovativi. Per assistere alla nascita del primo nucleo degli attuali stabilimenti fu necessario attendere il 1884. Il disastro finanziario e la sopravvenuta preponderanza azionaria dell’INA, indussero il governo a mettere in liquidazione la Società delle Terme, ancora di proprietà privata (R. Decreto, L.09/07/1936 n.1665) e procedere alla demanializzazione dei beni costituenti il compendio dell’Azienda Termale di Castrocaro. L’Ispettorato Generale delle Aziende Patrimoniali dello Stato, nonostante avesse affidato la progettazione del Nuovo Compendio Termale all’Ufficio Tecnico Centrale del Demanio, nella figura dell’ingegnere capo Diego Corsani, ritenne conveniente accostare alla figura tecnica un consulente artistico che potesse occuparsi miratamente delle decorazioni interne ed esterne, dell’allestimento e dell’arredo dei locali di nuova costruzione, con una particolare attenzione alla direzione della parte architettonica. Venne scelto Tito Chini, direttore artistico delle Fornaci Chini di Borgo San Lorenzo (FI). Il piano governativo che venne elaborato (1936-1937), prevedeva la costruzione di tre fabbricati: lo Stabilimento Balneare, il Grande Albergo, il Padiglione dei Divertimenti.

Fece pertanto seguito, ad una prima elaborazione di impianto tipicamente razionalista, ampia revisione a cura del Chini che dispose numerose modifiche: l’applicazione di un apparato decorativo continuo e sviluppato sulla quasi totalità delle superfici costruite e l’attenzione al dettaglio costruttivo. Il Padiglione dei Divertimenti era stato concepito, come uno spazio da vivere continuamente ed attrezzato con decorazioni di tutte le tipologie (pitture a fresco per le sale interne, motivi geometrici costruiti con pannelli in tavelline ceramiche smaltate in colore, ricchi pavimenti, formature di terracotta smaltate in colore…), in un esplosione di luce e colori. Il tutto risaltava esaltato dalle ampie aperture che permettevano anche al verde circostante di essere soggetto attivo al suo interno.

Il “Padiglione dei Divertimenti” delle Terme di Castrocaro in un’immagine della prima metà del Novecento.

Costruttivamente, il Padiglione delle Feste non presenta situazioni eccezionali dal punto di vista statico. Risulta invece piuttosto innovativa e caratteristica, per l’epoca, la soluzione tecnologica disposta per la climatizzazione dei saloni a piano terra, che doveva permettere la fruizione dell’edificio anche nei mesi invernali. Accostato al tradizionale impianto a termosifoni venne posto in opera un sistema di canalizzazioni sottopavimento che di fatto consentiva immissione diretta nei mesi invernali e ricambio naturale in quelli estivi.
[….] il fabbricato è stato concepito tenendo presente i molteplici usi a cui deve essere adibito […] funzionanti come occorre, ognuno indipendente dall’altro e con piena libertà di funzionamento l’’uno dall’altro [….] Caratteristiche architettoniche esterne: carattere squisitamente razionale e moderno, con larghe superfici piane di mattoni richiamanti le caratteristiche costruttive romagnole, intercalate da fasce e riquadri di travertino con ingentilimento di modanature in marmo verde di Prato [….] grandi aperture vetrate in modo che anche dall’interno il lussureggiante parco ed il suo colore giochi da preponderante elemento decorativo […] Grande semplicità di linee, materiali nobili, luce a completo sistema rifrangente e riflettente; […] la parte terminale dell’atrio immette a mezzo di una grande apertura alla galleria di testa. Sopra la grande apertura un pannello decorativo ad affresco inizierà la sintesi fascista con la rappresentazione della marcia su Roma. Il soffitto formato da anelli concentrici luminosi avrà nel suo centro un campo libero in vetro-cemento onde l’atrio abbia un abbondante luminosità anche nelle ore giornaliere. I due nicchioni terminali dei relativi scaloni porteranno due grandi pannelli decorativi, in uno rappresentata la Carta del Lavoro e di conseguenza il principio del regime corporativo e l’altra l’affermazione del sentimento religioso con la Conciliazione [….]”

Il Padiglione divertimenti delle terme di Castrocaro. Cartolina spedita negli anni 50.

Molte varianti verranno apportate in corso d’opera. Unica certezza agli atti era l’assenza sistematica del tecnico romano, compensata dall’assidua presenza di Chini, occupato nell’ordinaria direzione del cantiere, che si concretizzava spesso nella redazione e messa in opera di raffinati dettagli esecutivi. L’anello centrale incastonato nel soffitto dell’atrio, originariamente previsto in vetrocemento (analogamente ai prendiluce tuttora in opera sulla verticale degli scaloni laterali), verrà sostituito da una cupola ad anelli concentrici detta dello “Zodiaco”, ed illuminata artificialmente. Il Padiglione era anche una grande e risplendente architettura notturna, tra scroscianti fontane luminose, importanti serate, balli e rappresentazioni teatrali, nonchè rivolta ed immaginata come parte del Parco. A questo scopo, fondamentali risultarono le grandi aperture disposte lungo tutti i fronti, l’adozione di particolari smaltature che restituissero riverberi scenici e spettacolari e l’attenzione alle “visuali” strategiche ad esaltare l’opera decorativa eseguita. Purtroppo, all’attenzione del progettista non corrispose altrettanta cura per quanto relativo al completamento dei progetti via via redatti e raffinati dal Chini. Mai vennero completati, salvo tracciatura dei percorsi nel verde e disposizione delle aree esterne secondo progetto, né l’originale disposizione degli illuminamenti esterni né le stesse aree di pertinenza, né, all’interno, buona parte del primo livello. Per tale ragione in occasione del recente intervento di restauro interno ed esterno promosso dall’attuale gestore del bene, la strategia disposta per opere è riconducibile alla precisa volontà di restituire esattamente la distribuzione esterna e le finiture interne allora ideate e promosse dal Chini.

I richiami Razionalisti del Padiglione delle feste di Castrocaro

Il Padiglione venne inaugurato nell’agosto del 1938, alla presenza del principe Umberto di Savoia, con grande contrarietà di Tito Chini che non mancò di esporre proprie e decise rimostranze al Corsani, comunque responsabile dell’opera di fronte al Ministero delle Finanze.

Municipio

Nome attuale: Municipio
Nome originale: Municipio

Città: Castrocaro Terme e Terra del Sole (FC) (ITA)
Frazione: ambito urbano
Indirizzo: viale Guglielmo Marconi, n.81

Anno di realizzazione: 1934 – 1938
Progettista: ing. Annibale Pantoli e geom. Osiride Bortolotti per la ditta comm. Ettore Benini di Forlì. Progetto impianto di riscaldamento ing. Aldo Camerani
Committente: Comune di Castrocaro e Terra del Sole

Stile architettonico: Eclettismo littorio con cenni al Classicismo monumentale e al Razionalismo

Interno visitabile: sì

Elementi di rilievo: edificio catalogato dalla Soprintendenza come bene culturale; decorazioni marmoree e in ferro battuto.

Municipio di Castrocaro e Terra del Sole. Facciata principale.

Il rapporto tra la popolazione e il potere durante il Ventennio coinvolse in modo considerevole l’architettura pubblica. Il suo compito fu quello di rappresentare lo Stato sul territorio nel ruolo di garante e al contempo di intimidatore. La “modernizzazione” idealizzata dal fascismo incluse infatti un legame imprescindibile con i contenitori dell’indottrinamento, della cultura e dei rapporti amministrativi. Non furono ovviamente estranei a questo rinnovamento edilizio le scuole, le sedi assistenziali e i municipi.

A Castrocaro e Terra del Sole la costruzione del nuovo Municipio ebbe inizio nel 1934. La scelta del luogo di erezione aveva innescato vivaci contrasti di tipo campanilistico che sembravano non trovare una soluzione. Terra del Sole, che deteneva la sede da secoli, si oppose vivacemente alle richieste di Castrocaro che pretendeva di ottenere il nuovo “riconoscimento” dal regime. La risoluzione dell’aspra contesa viene attribuita a Mussolini in persona che, in accordo con il podestà Eden Venturi, indicò un’area equidistante tra i due centri che fra loro distavano poco più di un chilometro.

Municipio di Castrocaro e Terra del Sole. Immagine d’epoca.

L’edificio progettato dall’Ing. Annibale Pantoli e dal Geom. Osiride Bortolotti sorge su un terreno sopraelevato posto a monte del tratto di strada statale che congiunge il centro di Castrocaro Terme con quello di Terra del Sole. Il fabbricato è a pianta rettangolare di metri 33 x 16,35 e presenta la facciata principale prospicente la strada. L’edifico è disposto su due piani oltre la cantina. Nella parte centrale sorge la torre Littoria alta metri 21, alla cui sommità è collocato un quadrante decorativo. Il piano terreno è occupato da un atrio centrale, cui si accede mediante una gradinata, prolungato da un ampio vestibolo su cui si innesta lo scalone monumentale a tenaglia che porta al piano superiore. In origine il pian terreno ospitava tra gli altri la sala matrimoni, ufficio Leva, ufficio del Giudice Conciliatore e dell’Ufficiale sanitario, mentre al primo piano erano collocati altri uffici tra cui il Gabinetto del podestà , la Ragioneria e l’Ufficio tecnico. La parte centrale del secondo piano è occupata da un’ampia sala riunioni di 12 x 8 metri con accesso al balcone che sovrasta il porticato decorativo della facciata.

Municipio di Castrocaro e Terra del Sole. Ingresso monumentale e balcone.

La porta d’ingresso principale è realizzata in legno di quercia su telai di castagno, mentre tra l’atrio e il vestibolo si trova una grande porta a vetri di legno “douglas” fine con vetri semidoppi. Le decorazioni in ferro battuto e la scelta dei marmi e dei dettagli lignei dello scalone centrale furono anch’essi  progettati e disegnati dall’Ing. Pantoli e dal Geom. Bortolotti, mentre l’impianto di riscaldamento originario fu affidato alla ditta dell’Ing. Aldo Camerani di Forlì.

La costruzione della nuova sede fu l’occasione per sostituire tutto l’arredamento preesistente che il Podestà e l’Amministrazione giudicarono troppo consumato e con una varietà di stili non adeguata alle esigenze della nuova sede. Per queste spese fu aperto un apposito capitolo del bilancio e la fornitura fu affidata alla ditta “Al mare dei mobili” di Forlì, furono acquistate ampie scrivanie munite di cassetti, poltrone con sedili e schienali imbottiti in cuoio, sgabelli e poltrone da ricevimento ricoperte in stoffa stile novecento, scansie e librerie in più corpi anche arrotondati  e con ante a vetri smerigliati o a bugno di legno, nonché uno “scrivi in piedi” con porta registro attualmente conservato presso l’Archivio Storico.

Municipio di Castrocaro e Terra del Sole

La realizzazione dei lavori si concluse con collaudo nel 1938. I disegni originali dei progetti ed i documenti amministrativi relativi agli affidamenti, ai controlli e alla gara d’appalto insieme ad alcune fotografie dell’epoca, sono conservati e consultabili presso l’Archivio Storico Comunale.

Parco della Sorgara

Nome attuale: Parco della Sorgara
Nome originale: Sorgenti della Sorgara

Città: Castrocaro Terme e Terra del Sole (FC) (ITA)
Frazione: Sorgara
Indirizzo: Via Savelli

Anno di realizzazione: 1924
Progettista:
Committente: Michele Savelli
Stile architettonico: Eclettismo con richiami al Classicismo

Interno visitabile: no

Il tempietto della Sorgara.

Il parco della Sorgara è un luogo suggestivo dove scorrono le acque ferruginose del Rio Petra, da sempre apprezzate per le loro importanti proprietà terapeutiche.

Nel 1924, in località Sorgara, venne inaugurato un nuovo stabilimento idropinico capace di offrire tre tipi di acque minerali che presero il nome di: “Salutare”, “Gigliola” e “Ferruginosa”. “Salutare” era un’acqua clorurato-sodica, magnesiaca forte, purgativa gradevole, che presto si dimostrò efficace nelle enterocoliti croniche, nelle malattie del fegato e nell’obesità. “Gigliola” era un’acqua clorurato-sodica, magnesiaca debole, efficace in alcune malattie dello stomaco, dell’intestino e del ricambio. “Ferruginosa”, l’antica acqua marziale, era efficace per la cura dell’anemia, clorosi e deperimento organico.

L’interno del tempietto del parco della Sorgara con lo stemma della famiglia Savelli.

Le sorgenti furono scoperte da Michele Savelli, cittadino di Modigliana residente a Castrocaro che, sin dal 1919, si era dedicato con entusiasmo alla ricerca dell’antica e abbandonata falda. Le sue acque, già note agli inizi del XIX secolo, dopo una serie di analisi compiute dall’Università di Bologna, furono mese in commercio.

Il cartello all’ingresso del parco della Sorgara.

L’accesso al parco è segnalato da una vecchia insegna metallica. Oltre la cancellata, che ne regola l’accesso, è presente un tempietto che sul fronte mostra la scritta “NUOVE SORGENTI – ACQUE MINARALI NATURALI SORGARA”. Il tempietto, dall’aspetto classico, mostra un pronao con due colonne a sezione circolare e due paraste. All’interno un semplice lavabo bianco raccoglie le acque che sgorgano da alcuni rubinetti. Sulla parete troviamo una ceramica con lo stemma della famiglia Savelli.

Padiglione B

Nome Attuale: Padiglione B
Nome Originale: Stabilimento Bagni

Città: Castrocaro Terme e Terre del Sole (FC) (ITA)
Frazione: ambito urbano
Indirizzo: Viale Guglielmo Marconi, n.14/16

Anno di realizzazione: 1937 – 1940
Progettista: direttore artistico Tito Chini, progettista ing. Diego Corsani
Committente: Ispettorato Generale delle Aziende Patrimoniali dello Stato, Ufficio Tecnico Centrale del Demanio
Stile architettonico: Modernismo. Eclettismo littorio, Deco con richiami al Razionalismo

Interno visitabile: in parte
Elementi di rilievo: edificio catalogato dalla Soprintendenza come bene di interesse culturale; decorazioni ceramiche e marmoree; rivestimento cromatizzato ceramico.

Il “Padiglione B”, già Stabilimento Bagni.

A Castrocaro l’uso terapeutico di acque e fanghi vanta natali assai remoti. Il primo stabilimento termale aprì ufficialmente il 1 Giugno 1851, riadattando un edificio esistente secondo criteri igienici e tipologici ritenuti allora innovativi. Per assistere alla nascita del primo nucleo degli attuali stabilimenti fu necessario attendere il 1884. Il disastro finanziario e la sopravvenuta preponderanza azionaria dell’INA, indussero il governo a mettere in liquidazione la Società delle Terme, ancora di proprietà privata (R. Decreto, L.09/07/1936 n.1665) e procedere alla demanializzazione dei beni costituenti il compendio dell’Azienda Termale di Castrocaro. L’Ispettorato Generale delle Aziende Patrimoniali dello Stato, nonostante avesse affidato la progettazione del Nuovo Compendio Termale all’Ufficio Tecnico Centrale del Demanio, nella figura dell’ingegnere capo Diego Corsani, ritenne conveniente accostare alla figura tecnica un consulente artistico che potesse occuparsi miratamente delle decorazioni interne ed esterne, dell’allestimento e dell’arredo dei locali di nuova costruzione, con una particolare attenzione alla direzione della parte architettonica. Venne scelto Tito Chini, direttore artistico delle Fornaci Chini di Borgo San Lorenzo (FI). Il piano governativo che venne elaborato (1936-1937), prevedeva la costruzione di tre fabbricati: lo Stabilimento Balneare, il Grande Albergo, il Padiglione dei Divertimenti.

Tito Chini provvide già nel 1937 ad uno dei tanti “disegni architettonici”, una prospettiva completa dell’insieme di Stabilimento e Grande Albergo. l’impianto distributivo tipicamente razionalista venne mantenuto, arricchendolo con gli apparati decorativi ancora in opera sui prospetti nord, est ed ovest, e nell’atrio. L’atrio di ingresso, anticipato da breve portico in ordine gigante e coronato da splendide metope dedicate all’acqua curatrice, si presenta ancora oggi come uno straordinario ambiente di sosta, a doppio volume, controllato nei minimi dettagli: mosaici pavimentali, velari decorati, balaustre, serramenti, mobili, tessuti, in piena armonia con i due grandi pannelli lignei posti sulle pareti laterali.

Il “Padiglione B”, già Stabilimento Bagni, in una foto d’epoca.

La pianta costruita vedeva in opera 3 livelli fuori terra ed un piano interrato destinato a servizio dell’attività riabilitativa/accoglienza già ai piani superiori: il tutto collegato da due scaloni simmetrici rispetto al vano d’atrio, sostanzialmente distribuiva i vani destinati alle cure a piano terreno mentre ai due livelli superiori erano situate camere con bagno per l’accoglienza o la degenza degli ospiti. Precisamente, dall’atrio di ingresso si aveva accesso diretto a n. 47 cabine da bagno e fangatura, che potevano essere raggiunte direttamente dalle camere ai piani superiori del fabbricato. Lo Stabilimento Bagni venne aperto senza essere completato già nel giugno del 1938 ed ancora, nel 1939, il Chini descriveva all’ingegner Corsani, con nuovi disegni, variazioni ed ipotesi per i fronti su via Conti. In questo caso il tentativo fu quello di restituire anche a questa parte omogeneità con gli altri tre fronti del fabbricato, impreziositi da motivi ceramici e partizioni architettoniche chiare e leggibili.  Avvenne però che, in parte per il rapido modificarsi delle condizioni economico – politiche del paese (e di conseguenza la probabile accelerazione delle altre parti in sospeso sull’intera area), in parte per la presenza, su quel fronte, di preesistenze atipiche, l’intero fronte insistente sulla via Conti venne sostanzialmente “abbandonato”.

Il “Padiglione B”, già Stabilimento Bagni.

Non si è trovato riscontro di testimonianze dirette, o scritte, del periodo di effettiva demolizione di una ciminiera e del sottostante locale caldaie: pare chiaro che se è possibile verificarne la presenza nel primo dopoguerra e fino alla completa riapertura dello stabilimento (1961), è desumibile che detta demolizione sia avvenuta nel periodo trascorso fra la riapertura e le variazioni occorse all’intero Padiglione, ovvero nel corso degli anni ’70 del 900.

Le sostanziali variazioni relative all’originale versione del 1938, sono riassumibili nella costruzione di un volume interno alla corte, accessibile sia dal livello interrato che dal piano terra: contestualmente, parte del livello interrato venne attrezzata per ospitare ulteriori vani a servizio dei curandi, con particolare riferimento a terapie in acqua. Internamente al fabbricato, sono poi numerose altre variazioni di piccolo calibro, non relative ai fronti né alla volumetria complessiva.

Grand Hotel Castrocaro

Nome attuale: Grand Hotel Castrocaro
Nome originale: Grand Hotel delle Terme

Città: Castrocaro Terme e Terre del Sole (FC) (ITA)
Frazione: ambito urbano
Indirizzo: Viale Guglielmo Marconi, n.14/16

Anno di realizzazione: 1939 – 1943
Progettista: direttore artistico Tito Chini, progettista ing. Diego Corsani
Committente: Ispettorato Generale delle Aziende Patrimoniali dello Stato, Ufficio Tecnico Centrale del Demanio
Stile architettonico: Modernismo con richiami al Razionalismo e al Decò

Interno visitabile: in parte
Note: edificio catalogato dalla Soprintendenza come bene culturale. Decorazioni ceramiche e marmoree. Accessi fronte strada e parco delle Terme. Terrazza a loggia rivolta al parco. Sala ricevimenti, scalone centrale. Dispositivi luminosi di Venini (Murano, VE)

L’ingresso principale del Grand Hotel Castrocaro.

A Castrocaro l’uso terapeutico di acque e fanghi vanta natali assai remoti. Il primo stabilimento termale fu aperto ufficialmente il 1 Giugno 1851 riadattando un edificio esistente secondo criteri igienici e tipologici ritenuti allora innovativi. Per assistere alla nascita del primo nucleo degli attuali stabilimenti fu necessario attendere il 1884. Il disastro finanziario e la sopravvenuta preponderanza azionaria dell’INA, indussero il governo a mettere in liquidazione la Società delle Terme, ancora di proprietà privata (R. Decreto, L.09/07/1936 n.1665) e procedere alla demanializzazione dei beni costituenti il compendio dell’Azienda Termale di Castrocaro. L’Ispettorato Generale delle Aziende Patrimoniali dello Stato, nonostante avesse affidato la progettazione del Nuovo Compendio Termale all’Ufficio Tecnico Centrale del Demanio, nella figura dell’ingegnere capo Diego Corsani, ritenne conveniente accostare alla figura tecnica un consulente artistico che potesse occuparsi miratamente delle decorazioni interne ed esterne, dell’allestimento e dell’arredo dei locali di nuova costruzione, con una particolare attenzione alla direzione della parte architettonica. Venne scelto Tito Chini, direttore artistico delle Fornaci Chini di Borgo San Lorenzo (FI). Il piano governativo che venne elaborato (1936-1937), prevedeva la costruzione di tre fabbricati: lo Stabilimento Balneare, il Grande Albergo, il Padiglione dei Divertimenti.

Grand Hotel Castrocaro. Fronte su via Roma.

E’ del giugno del 1939 la visita ufficiale in cantiere di Benito Mussolini. In quell’occasione stabilì di raddoppiare l’estensione del parco e di trasformare la Pensione delle Terme in un lussuoso Grand Hotel. Il Grande Albergo era già previsto con una conformazione a due ali ad “L”: la minore in tangenza allo Stabilimento Termale e quella più lunga, terminante in una forma semi circolare, in aderenza alla strada Nazionale, a costituire una vera e propria quinta urbana. Nel novembre del 1939, con l’ulteriore qualifica di “Consulente Artistico dell’Ufficio Tecnico Erariale di Forlì”, Tito Chini imponeva al progetto originale del Grand Hotel del 1937 nuovi disegni e modifiche. In particolare venne aggiunto all’edificio un ulteriore piano, la splendida terrazza-loggia verso il parco, la torre dell’acqua, il disegno di una nuova testata d’angolo con ingresso, posizionata all’incrocio fra la via Nazionale e la via Conti (allora, via Del Ponte).

Grand Hotel Terme (Castrocaro). Cartolina degli anni Sessanta.

La costruzione del nuovo fabbricato, iniziata nel 1939 fra numerose difficoltà dovute alle condizioni del terreno di fondazione troppo argilloso e saturo d’acqua, riprese agli inizi del 1940 e con l’impiego di materiali autarchici, in consonanza con gli ormai completati Padiglione delle Feste e Stabilimento Bagni: travertino e cotto delle locali fornaci, sistemi costruttivi tradizionali, cemento armato quando strettamente necessario. La differenziazione dei prospetti venne risolta dall’uso di un rivestimento cromatizzato e di tipo ceramico verso il parco (prospetto est), di tipo più monumentale verso il costruito urbano preesistente, in contrappunto con il vicino Palazzo Piancastelli, anch’esso restaurato ed ammodernato dallo stesso Chini in quegli anni. La costruzione proseguì fino agli ultimi mesi del 1943, quando le vicende belliche determinarono l’arresto forzoso delle opere in corso, con il licenziamento di tutte le maestranze e dello stesso Chini. A quel tempo il Grand Hotel aveva definito il suo involucro esterno, gli ambienti di rappresentanza del piano terra necessari al Regime, l’appartamento “speciale” per il Capo del Governo (a piano terzo) ed alcune camere del primo livello, fra le 160 potenziali.

Grand Hotel Terme (Castrocaro). Cartolina degli anni Sessanta.

Degli allestimenti originari, ed in particolare di quanto predisposto per l’appartamento speciale per il Capo del Governo (indicato come “Ammobiliamento Duse”), restano alcune immagini e le dettagliate relazioni di progetto dello stesso Chini, in cui venivano annotati tutti i dettagli e relative provenienze. Dalla ditta Venini di Murano, già ampliamente onorata nel Padiglione delle Feste, provenivano le plafoniere a paniere, i lumi da tavolo, i posacenere, i serviti di bicchieri: i colori dell’appartamento variavano dal verde scuro del feltro per il pavimento dell’ingresso al celeste pallido dei sottofondi dei serviti, al verde giada dei cristalli del servito toilette, al verde salvia, al salmone ed al testa di moro dei soprammobili. I quadri appesi alle pareti si distinguevano in varie stampe sacre, due stampe del Piranesi, decorazioni ad affresco ed alcuni quadri dello stesso Chini.

Zuccherificio

Nome attuale: Ciminiera ex Zuccherificio
Nome originale: Zuccherificio

Città: Cesena
Frazione: ambito urbano
Indirizzo: angolo via Niccolò Macchiavelli via Italo Calvino

Anno di realizzazione: 1899
Progettista: ing. Giuseppe Müller
Committenza: Società Generale per lo Zucchero Indigeno
Stile architettonico: architettura Industriale

Interno visitabile: no
Note: la Ciminiera dell’ex Zuccherificio è inserita in un itinerario dedicato in questa guida
edificio catalogato dalla Soprintendenza come di rilevanza storico artistica (ciminiera)

La zona dello Zuccherificio di Cesena come si presenta oggi.

I primi esperimenti di coltura della barbabietola da zucchero nella provincia di Forlì-Cesena ebbero inizio negli ultimi anni dell’Ottocento, ma la coltivazione vera e propria partì nel Novecento quando furono avviate le attività dei grandi zuccherifici di Forlì e di Cesena. L’iniziale ritrosia dei coloni ad abbandonare la coltivazione del granoturco a favore della nuova opportunità fu superata con un po’ di fatica, ma già negli anni Venti la dolce radice conobbe uno sviluppo sostanziale in superficie coltivata. Per molti decenni la barbabietola sarà una pianta fondamentale nell’economia agraria di tutta la Romagna. I coloni, oltre a contare sugli incassi legati al prodotto primario che cedevano allo Zuccherificio, potevano contare sui prodotti di scarto, i cosiddetti cascami, che venivano impiegati per l’alimentazione del bestiame. Lo Zuccherificio garantiva inoltre numerose centinaia di posti di lavoro stagionali. Il lavoro all’interno dello stabilimento era però durissimo.

Lo Zuccherificio di Cesena in funzione. Immagine d’epoca.
Lo Zuccherificio di Cesena visto dal ponte Nuovo, 1938.

Su progetto dell’ing. Giuseppe Müller, nel 1899 fu avviata la costruzione degli impianti dello Zuccherificio di Cesena. L’edificio, completo di macchinari di produzione cecoslovacca, comportò un costo di costruzione di 2 milioni di lire. Era di proprietà della “Società Italiana Industria Zuccheri” che in seguito divenne “Società Romana Zuccheri: un’azienda del Gruppo Maraldi di Cesena con sede nella Capitale. La sua maggioranza azionaria apparteneva alla “Società Anonima Eridania Zuccherifici Nazionali” di Genova. Il complesso era costituito da tre gruppi di edifici. Un nucleo originario, sviluppatosi in posizione centrale attorno alla ciminiera, conteneva gli impianti di lavorazione della barbabietola, mentre due capannoni poco distanti venivano utilizzati come magazzini di deposito. Alcuni edifici minori realizzati lungo il margine del fiume Savio completavano la struttura produttiva. Lo stabilimento, che fu danneggiato durante il secondo conflitto mondiale, svolse la sua ultima campagna saccarifera nel 1978. La sua chiusura fu decretata dal fallimento dell’azienda proprietaria. In seguito ad un intervento di riqualificazione della zona avviato nel 1989, nel 1995 il complesso produttivo fu demolito. Dello stabilimento sono stati conservati due edifici di servizio e la ciminiera in mattoni. Quest’ultima è stata dichiarata di interesse culturale nel 2006.

La zona dello Zuccherificio di cesena come si presenta oggi.

Interminabili file di carri e autocarri colmi di barbabietole attendevano l’ingresso agli stabilimenti dello Zuccherificio. Era un traffico più intenso del solito, una situazione che durava 30/40 giorni nel periodo estivo/autunnale. Nel lontano 1932 il caso finì anche sul giornale. Nell’occasione il giornalista paragonò quel traffico temporaneo ad una Babilonica bolgia infernale. L’accaduto si propone oggi con uno sfondo quasi comico, ma la sua immagine rende con chiarezza quanta partecipazione avesse la coltivazione della barbabietola e quante realtà agricole fossero coinvolte nell’attività saccarifera.

Stazione Ferroviaria

Nome attuale: Stazione ferroviaria (fabbricato viaggiatori)
Nome originale: Stazione ferroviaria

Città: Cesena
Frazione: Ambito Urbano
Indirizzo: piazza Giorgio Sanguinetti, n. 192, 196, 200, 204, 208, 212, 216, 220, 224.

Anno di realizzazione: 1925 – 1929
Progettista:
Committenza: pubblica
Stile architettonico: Eclettismo classico

Interno visitabile: il solo piano terra
Note: la Stazione ferroviaria è inserita in un itinerario dedicato in questa guida
edificio catalogato dalla Soprintendenza come di rilevanza storico artistica
sulla facciata è presente un orologio a stemma sabaudo
atrio neoclassico con ornamenti (cornici, fasce e medaglioni)

La stazione ferroviaria di Cesena

L’ipotesi di realizzare il tratto ferroviario Bologna-Ancona risale al 1846 quando Cesena era sotto il dominio dello Stato pontificio. In seguito all’Unità d’Italia vennero apportate delle modifiche al progetto e il 10 novembre 1861 fu inaugurato l’intero tracciato. La prima Stazione di Cesena risale al periodo 1856-1861. Col passare del tempo l’antico edificio, ancora oggi esistente accanto al nuovo, venne considerato di dimensione insufficienti per il traffico dei viaggiatori e soprattutto delle merci. A ridosso della stazione, lato città, vi era infatti il CIA (Consorzio Industrie Agrarie), divenuto poi Arrigoni, e dalla parte opposta lo stabilimento della Motecatini che lavorava lo zolfo grezzo proveniente dalle miniere di Perticara e Formignano. Si ha notizia di un binario dedicato allo zuccherificio. Nel 1919 venne approvato un progetto di ampliamento e domenica 15 febbraio 1925 ci fu la posa della prima pietra.

Il corteo delle autorità dirette al cantiere della nuova stazione di Cesena per la posa della prima pietra. 1925.
La nuova stazione ferroviaria di Cesena appena ultimata.

Quel giorno fu inaugurato l’acquedotto con una manifestazione in piazza Vittorio Emanuele. Dopo un colpo di cannone l’acqua fu fatta zampillare dalla fontana Masini che, racconta la stampa di allora, da circa vent’anni dormiva avvilita. Al termine della benedizione un gremito corteo con in testa le autorità seguite dai cittadini con le musiche e i vessilli al vento, si portò al cantiere della nuova stazione. Dopo alcune parole declamate dall’assessore, il vescovo calò la prima pietra del nuovo edificio che sarebbe andato a testimoniare, puntualizza il giornale, l’aumentata ricchezza della nostra città. La nuova stazione entrò in funzione nel 1929.

Un treno viaggiatori con locomotiva a vapore in partenza della stazione di Cesena. 1935.
Mezzi incolonnati all’esterno della stazione ferroviaria di Cesena. Foto d’epoca.

La stazione ebbe però una prima virtuale inaugurazione nell’ottobre 1927 in occasione del quinto annuale della marcia su Roma e nel 1928 una delegazione dai gerarchi di Forlì visitò i lavori ancora in completamento. Nell’occasione fu presentata la sistemazione del nuovo ristorante allestito con signorile buon gusto. L’attività sarà gestita da una figura leggendaria della cultura gastronomica cesenate e romagnola: Aldo Casali. Ci auguriamo – scrive Il Popolo di Romagna – che anche dalla nuova stazione abbiano ampia diffusione i cestini di Cesena, perché hanno il raro pregio di non rovinare lo stomaco. Casali divenne famoso proprio per l’invenzione dei cestini ferroviari venduti ai passeggeri in transito da personale in tenuta impeccabile da cameriere. Il cestino era curatissimo nella composizione e forniva una testimonianza della terra di Romagna e dei prodotti agricoli di cui Cesena era regina. Il modo gioviale e teatrale del ristoratore di imporre i propri menù ai turisti in trattoria darà vita al termine “dittatura gastronomica”, una brillante trovata che lo accompagnerà per molti anni nelle pubblicità del dopoguerra. La città di Cesena gli ha dedicato una piazza.

Cartolina pubblicitaria della nuova sede del ristorante Casali realizzata nelle vicinanze della Stazione ferroviaria.

La facciata della “Stazione ferroviaria” si presenta con archetti classici sulle aperture di accesso al piano terra, mentre le finestre del piano primo sono incorniciate in cotto. Alla sommità il frontone presenta un orologio e uno stemma sabaudo un tempo sormontato da una corona. Le lesene sono sporgenze dei pilastri.

Ex Arrigoni

Nome attuale: Ex Arrigoni
Nome originale: CIA (Consorzio Industrie Agrarie) poi  Arrigoni

Città: Cesena
Frazione: ambito urbano
Indirizzo: edifici su piazza Aldo Moro e piazzale Karl Marx

Anno di realizzazione: 1920 – 1922, ampliamenti successivi
Progettista:
Committente: CIA Consorzio Industrie Agrarie – Azienda Arrigoni
Stile architettonico: architettura industriale

Interno visitabile: compatibilmente all’uso scolastico (Liceo scientifico). Parte dell’edificio compreso fra piazza Aldo Moro e piazzale Karl Marx non visitabile

Note: l’ex Arrigoni è inserita in un itinerario dedicato in questa guida
al suo interno maturò un sentito spirito antifascista
molti operai aderirono alla Resistenza

Alcune strutture superstiti dello stabilimento “Arrigoni” oggi ospitano ambienti scolastici e universitari.

La società “Arrigoni”, una delle più importanti industrie alimentari italiane del Novecento, nacque a Isola d’Istria nel 1855 da un’idea di Gaspare Arrigoni. La sua sede venne trasferita a Trieste e in seguito numerosi opifici furono realizzati nel territorio italiano. Sulla “Guida all’Autarchia” del 1940/41, edita dal Circolo della Stampa di Milano, l’azienda viene così descritta: Conserve alimentari Arrigoni -Trieste. Stabilimenti: Cesena, Isola d’Istria, Sesto Fiorentino, Lussinpiccolo, Unie, Fasana, Umago, Grado, Cattolica. – Antipasti, estratti di carne e dadi per brodo – Marmellate e frutta sciroppata – Ortaggi evaporati – Pesci conservati – Concentrati e salsine di pomodoro. (Esportazione in 84 Paesi di tutto il mondo). La sua attività in Cesena fu avviata grazie all’acquisizione del CIA, il “Consorzio Industrie Agrarie” che navigava in brutte acque.

Pubblicità del Consorzio Industrie Agrarie di Cesena del 1927.

Il CIA inaugurò il primo stabilimento nel 1921 avviando le lavorazioni con un impianto di essicazione della frutta, degli erbaggi, di piante aromatiche e medicinali. Nel 1922-23 vennero aggiunti nuovi impianti di lavorazione del fresco, lo scatolificio, la litografia su latta, la segheria per gli imballaggi e la distilleria. Nel 1927 Giorgio Sanguinetti, che dirigeva la società “Arrigoni” di Trieste, acquistò il CIA che aveva subito una forte crisi finanziaria.
Nel maggio del 1930 giunse a Cesena “l’Autotreno della propaganda Arrigoni”, un’innovazione nel campo della promozione commerciale. Era nato, come racconta la stampa del periodo, per intraprendere un giro che porti alla valorizzazione dei nostri dei nostri magnifici prodotti dell’Agricoltura, della Pesca e dell’Industria. Nella piazza centrale, allora Vittorio Emanuele, l’autotreno proiettò interessanti pellicole Luce distribuite in tre grandi schermi. La piazza era letteralmente affollata. L’esperimento pubblicitario aveva dato i frutti sperati.
Negli anni Trenta sotto la guida di Sanguinetti l’ “Arrigoni” diventò la fabbrica alimentare più importante del circondario arrivando a contare circa 5000 addetti nel 1943.

Lo stabilimento Arrigoni in un’ immagine d’epoca.
L’ingresso dell’Arrigoni sul viale della stazione. Immagine del secondo dopoguerra.

L’ “Arrigoni” non fu importante solo dal punto di vista economico ma anche sotto l’aspetto politico. Fu, infatti una fucina di antifascismo. Diversi furono gli scioperi al suo interno nel ’43 e nel ’44. Molti operai aderirono alla Resistenza e molti prodotti dello stabilimento andarono a sfamare le brigate partigiane. La famiglia Sanguinetti, di origine ebrea, fu vittima delle persecuzioni. Bruno Sanguinetti, figlio di Giorgio, fu attivo nella Resistenza.

Tra il 1964 e il 1967 la fabbrica venne trasferita nel nuovo stabilimento di Pievesestina e in quel periodo prese avvio il ripensamento dell’intera superficie con importanti demolizioni. Dell’ex fiorente industria, realizzata per chiari motivi nelle vicinanze della stazione ferroviaria, oggi rimangono solo la ciminiera e alcuni edifici adibiti a istituti scolastici e universitari. Il sito è attualmente oggetto di nuova progettazione.

Lo stabilimento “Arrigoni” in una veduta aerea del 1960.
Lo stabilimento “Arrigoni” prima delle demolizioni. 1980.

Fiat Antonelli

Nome attuale: Concessionaria FIAT Antonelli
Nome originale: Garage e officina FIAT rag. Silvio Antonelli

Città: Cesena
Frazione: ambito urbano
Indirizzo: via Dante Alighieri, viale Guglielmo Oberdan 459, 481

Anno di realizzazione:  1937-1938
Progettista: ing. Mario Antonelli
Committenza: Silvio Antonelli
Stile architettonico: Razionalista

Interno visitabile: su richiesta
Note: la Fiat Antonelli è inserita in un itinerario dedicato in questa guida
parte dell’edificio presenta ancora infissi originali, pavimenti e finiture d’epoca

La “Fiat Antonelli” in un’immagine moderna.

La “Concessionaria FIAT” fu costruita nel 1938 in una zona della città ancora destinata all’agricoltura. Il modernissimo garage fu il primo edificio commerciale di grandi dimensioni ad affacciarsi sulla via Emilia. Vendeva automobili e camion. La longeva attività del “Rag. Silvio Antonelli” nacque però in centro storico molti anni prima. In origine la ditta vendeva biciclette e ciclomotori e solo in seguito si trasformò, sempre in centro storico, nella “Concessionaria FIAT”. Il trasferimento nei nuovi locali avvenne nel 1938.

Pubblicità “Fiat Antonelli” del 1928.

La nuova sede fu progettata in stile Razionalista con accorgimenti e materiali che vanno però ad arricchire l’estetica. Lo schema architettonico, con il prospetto principale curvo, venne spesso utilizzato nel periodo e verrà utilizzato anche nel dopoguerra. L’insieme dell’edificio comprendeva la rivendita, l’officina e la residenza privata. Il progetto dell’ing. Mario Antonelli, fratello del ragionier Silvio, fu realizzato dalla “Società Operai e Muratori di Cesena”. La pionieristica attività di vendita di camion consentì all’azienda di ampliare il proprio mercato fino ad arrivare alle colonie fasciste d’Africa.
Per i cesenati la concessionaria fu un importante punto di riferimento. Il ragionier Antonelli concepì infatti il modo di offrire ai clienti importanti prestiti per l’acquisto dei mezzi facilitando e incentivando lo sviluppo delle attività. Durante la Seconda guerra mondiale gli edifici furono requisiti dall’esercito tedesco.

Ing. Mario Antonelli. Progetto della concessionaria Fiat di Cesena. 1937.
La concessionaria Fiat di Cesena in costruzione. 1938.

Inizialmente l’impianto architettonico del complesso si sviluppava a corte aperta attorno a un vuoto centrale. Solo negli anni Cinquanta la corte fu coperta con la struttura ancora oggi esistente (area esposizione auto). Il fonte sulla via Emilia e l’angolo esposizioni è rivestito in Travertino.

Foto aerea della concessionaria Fiat al termine dei lavori.
Concessionaria “Fiat Antonelli. Parte destinata all’abitazione. Immagine d’epoca.

Colonia Montecatini

Nome attuale: Centro Vacanze Monopoli di Stato
Nome originale: Colonia della società Montecatini

Città: Cervia (RA)
Frazione: Milano Marittima
Indirizzo: via Matteotti, XXIV – XXV traversa

Anno di realizzazione: 1938
Progettista: architetto Eugenio Giacomo Faludi
Committenza: Montecatini – Società Generale per l’Industria Mineraria e Agricola
Stile architettonico: Razionalista

Interno visitabile: no
Note: la Colonia Montecatini è inserita in un itinerario dedicato in questa guida
vincolo di Soprintendenza – rilevanza storico artistica
colpisce la vasta dimensione dell’edificio
si conserva l’imponente arco d’ingresso.

L’arco trionfale di accesso alla “Colonia Montecatini”, oggi denominata dei Monopoli di Stato.
La “Colonia Montecatini” in una cartolina d’epoca.

Le colonie, nate nell’Ottocento come Ospizi marini, negli anni Venti e Trenta del XX secolo divennero percorsi fondamentali del regime per la cura fisica e l’indottrinamento politico dei giovani italiani. Numerose furono le grandi industrie italiane che realizzarono complessi al mare e in montagna per ospitare i figli dei propri dipendenti nei periodi estivi. L’architettura delle strutture ricettive raggiunse livelli altissimi. A progettarle furono professionisti di rilievo che utilizzarono idee innovative e materiali moderni. Tra queste la “Colonia marina Montecatini” ricopre un ruolo di primaria importanza per disegno e distribuzione degli spazi. Il progetto di Eugenio Faludi venne esposto alla “Mostra Nazionale delle Colonie Estive” e alla “Mostra Nazionale del Dopolavoro”. La notevole rappresentazione razionalista dell’edificio non manca certo di simbologie. In particolare la straordinaria “scalinata a rampe”, oggi purtroppo ricostruita e presente in minima parte, va contemporaneamente ad assolve al compito politico di torre littoria e arengario e a quello di corpo tecnico per la salita, pista per la preparazione fisica, belvedere sul mare e sulla pineta, appoggio per la riserva di acqua e supporto per l’iscrizione/pubblicità “Montecatini”. L’inaugurazione ufficiale avvenne il 24 agosto 1939 alla presenza degli esponenti del fascismo provinciale e dei dirigenti dell’azienda.

La “Colonia Montecatini” in una cartolina degli anni Trenta. In primo piano la straordinaria torre che caratterizzava il disegno architettonico.
La “Colonia Monopolio di Stato” (già Montecatini) in una cartolina del dopoguerra. La torre è stata ricostruita solo fino all’altezza della copertura.
La torre della “Colonia Monopolio di Stato” (già Montecatini) come appare oggi.

Il suo disegno è costituito da un complesso di edifici piuttosto articolato che va ad occupare un lotto di di circa 68.000 mq. posto a nord della località Milano Marittima tra l’attuale via Matteotti e la spiaggia alla quale la struttura ha accesso diretto. Agli edifici si accede dal viale attraverso uno scenografico arco in cemento armato. I fabbricati minori, con un alzato di uno o due piani, ospitavano i servizi sanitari, lavanderie, cucine, refettorio e alloggi per il personale e ospiti, la chiesa, le sale di lettura, giochi e spettacoli. L’edificio più imponente, un blocco di 4 piani e un fronte sul mare di 122 metri, ospitava i dormitori dei bambini. Verso il mare era prevista una passerella coperta che portava a un piccolo porticciolo sull’acqua che mai fu realizzata. Sul cortile interno il grande edificio era collegato ad una torre chiamata dell’Arengario, alta oltre 50 metri (12 piani) con all’interno una rampa che consentiva l’affaccio sui belvedere, e alla cui sommità era collocato, come si diceva, il serbatoio dell’acqua per la colonia. Il complesso era progettato per ospitare ogni anno 1500 bambini, di età compresa tra i 6 ed i 12 anni, divisi in tre turni di 500, della durata di un mese. Ogni gruppo di bambini era suddiviso a sua volta in 16 “unità organiche” o squadre di 30 bambini, sorvegliati da una vigilatrice. Ad ogni ospite veniva consegnato al suo ingresso in colonia un corredo ed il necessario per l’igiene quotidiana.

“Colonia Montecatini”, fronte verso il mare.

Tra il 1940 e il 1943 fu trasformata in ospedale militare per l’esercito italiano per poi essere occupata dalle truppe tedesche che minarono la torre prima della ritirata oltre la linea del Senio nell’ottobre 1944. Nei mesi successivi l’edificio fu usato per alloggi e depositi al servizio del vicino aeroporto militare costruito in pineta dall’esercito Alleato. Nel dopoguerra l’Azienda di Soggiorno di Cervia diede incarico al suo presidente, Sovera, di prendere contatti con la direzione generale della società Montecatini per sollecitare la ricostruzione del fabbricato con il ripristino parziale della torre fino alla quota di copertura dei dormitori. L’edificio principale subì significative modifiche nel prospetto verso il mare. La colonia, passò di proprietà e prese il nome di “Colonia dei Monopoli di Stato” o “Centro Vacanze Monopoli di Stato”. Non è più utilizzata dal 1998.

Tresigallo la storia

L’enigmatica Tresigallo, oggi conosciuta come la “Città Metafisica”, era un piccolo borgo a 20 km da Ferrara, ai limiti della grande bonifica ottocentesca. Agli inizi del XX secolo contava poco più di 500 abitanti, in prevalenza braccianti e pescatori. Le prime testimonianze del villaggio sono del 1287 e la sua pieve di Sant’Apollinare è nota già dal 1100. Quindi, nonostante l’aspetto attuale faccia pensare ad una città di fondazione del Novecento, in realtà si tratta di una città di “rifondazione”. Tresigallo, per altro, è estranea ai programmi voluti da Mussolini per l’edificazione di nuove città a favore delle attività rurali o industriali. Mentre la creazione di Sabaudia nell’Agro pontino o di Carbonia nel Sulcis furono approvate dal Governo e registrarono la posa della prima pietra, per la rinascita del piccolo borgo padano tutto questo è assente. Tresigallo costituisce un caso a parte. Un’anomalia in chiaro conflitto di potere. Oggi la città conta più di 4mila abitanti ed è un centro famoso per l’architettura Razionalista che rimanda ai celebri quadri di De Chirico.

Giorgio De Chirico. L’enigma di un pomeriggio d’ autunno,1909.

La rifondazione di Tresigallo fu opera di Edmondo Rossoni, potentissimo gerarca fascista Tresigallese, uomo dai tanti lati oscuri ancora da approfondire. Personaggio ribelle e irrequieto. Socialista rivoluzionario e sindacalista di successo, Rossoni aderì al fascismo diventando deputato nel 1928. Nel 1932 ottenne l’incarico di sottosegretario alla Presidenza del consiglio e in quell’anno avviò l’idea di trasformazione del proprio paese in una sorta di “città ideale”: una città fascista e corporativa, capace cioè di coinvolgere contemporaneamente imprenditori e lavoratori secondo la sua personale e contraddittoria visione sociale. Con l’incarico di ministro dell’Agricoltura e delle Foreste conferitogli da Mussolini nel 1935 il suo potere aumentò a dismisura. Nel 1936 venne indicato come il possibile successore di Starace al vertice del PNF e nel 1938, in Gran Consiglio, promosse e sottoscrisse le leggi razziali.

Edmondo Rossoni durante un comizio negli anni Venti.

La nuova Tresigallo fu ideata da Rossoni seguendo il percorso dell’industrializzazione. La “progettazione” di un nuovo paese, migliore e più giusto, avvenne però senza che mai fosse indetto un concorso pubblico. La realizzazione delle opere ebbe luogo secondo gli ordini del gerarca e le aziende in essa coinvolte furono quelle scelte da lui. Nella metamorfosi di Tresigallo sarà importantissima la SERTIA: una società fondata da Edoardo Rossoni, zio e prestanome del gerarca. Ufficialmente effettuerà gli espropri, si occuperà del reperimento fondi, della realizzazione degli edifici pubblici, della costruzione delle abitazioni nonché della ristrutturazione e rivendita delle case esistenti. In verità il ruolo principale della SERTIA fu quello di copertura. Il ministro Rossoni diresse infatti ogni operazione economica impadronendosi di notevoli fondi pubblici. Molti espropri avvennero senza atti legali e molte opere furono eseguite fuori dalla Legge. La trasformazione industriale dell’antico borgo avvenne al limite della clandestinità. Persino le industrie “invitate” ad investire sul territorio furono estranee alle aderenze statali. Il duce e lo Stato non furono a conoscenza (o non vollero essere a conoscenza) della reale entità degli accadimenti fino al 1939 quando, dopo numerose lettere anonime e approfondite indagini (anche dell’OVRA), Mussolini sollevò lo spregiudicato tresigallese dall’incarico di ministro.
Nel 1943 Rossoni votò a favore dell’ordine del giorno Grandi che sfiduciò Mussolini ma poi, nel ’44, fu condannato a morte dal Tribunale della Repubblica Sociale. In quel periodo vennero ritrovati ingenti valori di sua “proprietà” sotterrati a Tresigallo. Nel 1945 fu condannato all’ergastolo per crimini fascisti ma con l’aiuto dei Benedettini, che gli fecero assumere l’identità di un religioso, riuscì a fuggire in Canada. Nel 1947, dopo numerose vicissitudini, la Cassazione annullò la sentenza permettendogli di rientrare in Italia.

Il lampione riprodotto dall’originale per l’arredo urbano.

Le innumerevoli vicende personali e politiche del gerarca fascista, unite alla rivalità dimostrata nei confronti di Mussolini, complicano la lettura del personaggio implicando inevitabilmente l’evoluzione della nuova città. Tresigallo però era diventata moderna e razionalista, con 10.000 abitanti, fabbriche autarchiche, abitazioni, opere pubbliche e indubbia crescita sociale ed economica. Non mancarono la Casa della Gil, luogo di partenza delle parate in camicia nera dei Balilla armati di moschetto e lo stadio per le gare e la formazione sportiva. Sulle strade principali furono posizionati diversi lampioni appositamente creati per la città, che sono stati riproposti per l’attuale arredamento urbano in modo fedele al disegno originale recuperando dove possibile i pali dell’epoca. L’architettura giocò un ruolo fondamentale nella modernità e nella rappresentazione propagandistica dello Stato/partito della cittadina padana. E non mancò di testimoniare l’esibizione di potere del gerarca.
La sensazione di chi cammina oggi per le strade di Tresigallo è di estremo interesse. E’ una percezione quasi surreale. Quella cioè di individuare precisi punti di riferimento posti a sbarramento al termine degli assi viari. Come per delimitare lo spazio vitale in uno schema antico e prestabilito: la Gil, la chiesa, la piazza. E il Cimitero: al centro del quale Rossoni fece costruire, da vivo, il proprio mausoleo. Al suo interno una gigantesca torcia in marmo verde caratterizzava il luogo sacro dove la Croce era relegata in secondo piano. Sul braciere una conchiglia di vetro colorato ancora oggi simula una fiamma sempre viva. Dalla piazza principale della città un fantastico rettilineo conduce a quella torcia che, non certo casualmente, indica il “nord”.

Una delle tante lettere con le quali il ministro Rossoni inviava le indicazioni per la realizzazione della nuova Tresigallo all’amico fidato Mariani.

Nella trasformazione di Tresigallo non vanno dimenticate due figure significative. Il primo è Carlo Frighi, amico di famiglia e laureato in ingegneria nel 1929. Venne chiamato da Rossoni a ricoprire il ruolo di “ingegnere di Tresigallo”. Il secondo è Livio Mariani, macellaio del paese e amico d’infanzia. Mariani fu un vero e proprio “direttore generale” durante l’intero processo. Fu tramite Mariani che Frighi ricevette gli schizzi da trasformare in progetti esecutivi. Per questo Carlo Cresti, storico dell’Architettura, definì Tresigallo: una invenzione per lettera. Infatti un vero Piano regolatore generale della città industriale non fu mai redatto: si lavorò esclusivamente su bozze realizzate da Edmondo Rossoni. Oggi però un Piano regolatore di Tesigallo esiste. Tra i punti fondamentali della pianificazione urbana ricoprono un ruolo di estrema importanza proprio le architetture razionaliste della prima metà del Novecento. La Soprintendenza le ha vincolate perché posseggono un valore storico artistico. Quelle architetture sono un caso a parte nella storia urbana d’Italia. Una realtà che riconduce agli enigmi delle tele di De Chirico.

Uno degli schizzi realizzati da Rossoni per la pianificazione della nuova Tresigallo.